L'ascensore

Un racconto di Barbara Berlendis tratto dalla raccolta “ULTIMOVERO”

Cromya
Cromya

       Ho un appuntamento. Ieri sera mi è arrivata una notifica inattesa. Wal dopo anni di inutili richieste finalmente concede di parlarmi. Sono rimasto sorpreso perché proprio ieri è riemerso nei file disordinati della mia memoria. Ho cominciato a ricordarmi di quando l'avevo incontrato quella prima e unica volta. I suoi caldissimi occhi neri avevano perforato il mio schermo ed ero rimasto senza parole davanti a quell'unica richiesta. Siccome non gli avevo risposto subito, lui era passato oltre e così avevo perso la mia grande occasione. Poi era cominciata la rincorsa… sms, mail. Avevo aperto anche un blog per un po’, sperando che lui si facesse vivo...ma la mia rete era troppo scoperta. Lui, lo sanno tutti, è un tipo molto astuto e del resto come ingannare chi dell'inganno a fatto mestiere? Gli anni seguiti a quell'unico contatto sono stati un susseguirsi di avvenimenti rapidi estremamente mutevoli. Sono cresciuto, indubbiamente posso dire di aver fatto carriera. E adesso quest’occasione. Cerco di riordinare le idee e di mettere nella cartella una sintesi di tutto il mio progresso lavorativo. Voglio essere pronto e poi questa volta ho io una domanda. 

       Il luogo dell'appuntamento è nel cuore di questa megalopoli, in quello che anticamente veniva chiamato il centro. Ora il centro non esiste più, o almeno non con quel tipo di struttura logica. Oggi possiamo definirci tutti dei centri ed essere sempre e comunque al centro di qualcosa. In ogni caso ci sono ancora lontananze e vicinanze spaziali e temporali e Wal in questi termini si trova lontano da me in entrambi i sensi. Oltre a essere lontano so, per sentito dire, che si trova anche all'ultimo piano. Pare abiti in questo mega attico nel quale ha cercato di ricostruire nei minimi dettagli alcune parti del passato. Ha inclinazioni vintage. E' un malinconico nonostante la sua instancabile propulsione al nuovo.

       Uscendo mi sono immesso nel flusso vorticoso del traffico, lo faccio costantemente ma adesso ho una direzione precisa e uno scopo parzialmente ignoto. Voglio dire che le altre volte esco sapendo cosa devo fare ma senza una precisa direzione. Ora è il contrario: ho la meta ma non conosco ciò che accadrà. Conosco solo la mia domanda.

Il palazzo che mi trovo di fronte ha una dimensione vertiginosa.  l'ingresso è smerigliato di metalli e sostanze plastiche. Una cromia sovrapposta di gamme azzurrate e grigie. Non si riesce a distinguerne con precisione la profondità ma è niente in confronto all'altezza. Impossibile capire quale sia la sua fine. Resto davanti a questa verticalità con tutti i sensi contratti. Il vuoto a pensarci bene crea sgomento solo se gli si abbina la geometria cardinale. è sufficiente una linea per farci precipitare, per annettere il senso di un baratro, di una voragine e di un abisso, per stabilire un alto e un basso. Quando entro nella grande hall di accesso non c'è nessun sistema di controllo... almeno apparentemente. Non vedo neppure una videocam e non avverto la presenza dei sensori, quelli comuni con i quali abbiamo imparato a condividere l'esistenza. Sembra la terra di nessuno tra due confini. La parete a me di fronte è l'unica che sembra avere più consistenza ed è l'unica a offrire delle possibilità di accesso ai piani. Tre porte metalliche stabiliscono le tre direzioni. Sono gli ascensori. Il primo sale, un altro scende e il terzo percorre i piani in orizzontale. La mia notifica indica con molta semplicità di salire all'ultimo piano e perciò non mi è dato sapere il numero del piano. Mi conforta perché ho comunque la vaga impressione che questa salita non sarà brevissima e se non altro potrò risparmiarmi la pena della conta e dunque di un'aspettativa. Credo che mi concentrerò su alcune cose in sospeso, ho con me tutto il necessario per continuare a lavorare. E poi certo non potrò esimermi dal fantasticare circa lo scopo di questo mio spostamento.

Rotazioni (1)
Rotazioni (1)

       L'ascensore si apre quando raggiungo la distanza ottimale che attiva i sensori. Le porte scivolano di lato senza nessun rumore come pellicole invisibili e setose. Il mio passo ha solo una piccola incertezza perché subito li vedo. Sono in due. Sembrano essere parte dell'ascensore e visto che questo sale e basta, mi chiedo davvero se non siano dei semplici ologrammi spie. Spesso si mescolano fra noi per captare brandelli di discorsi e riferire ai vertici o molto più frequentemente per vendere informazioni al miglior offerente. Non hanno capi, sono dei ronin e anche i vertici li considerano pura feccia, se non fosse che rappresentano la fonte migliore per avere le informazioni prima che vengano elaborate. Per riconoscerli devi proprio sbatterci contro, ma io ho una certa esperienza e riesco a identificarli anche da lontano. 

       Loro non lo sono e però non sono neppure tante altre cose e questo mi fa pensare che forse il loro esserci ha a che fare con me. Entrando mi rivolgono un breve cenno e io capisco che mi stavano davvero aspettando e anche che sanno dove io debba andare e capisco pure il perché non ci siano sistemi di controllo e di registrazione. La conferma mi arriva quando le porte si richiudono e non faccio neppure a tempo a cercare dei pulsanti che l'ascensore comincia a salire. Infatti non esistono pulsanti. L'ascensore ha pareti lisce e satinate, a tratti sembrano persino liquide. Non ci sono specchi e del resto tutte le superfici sono riflettenti tanto che vedo la mia immagine e anche quella dei due guardiani riflettersi milionesimi di volte con un effetto di sfondamento del perimetro. A parte il momento dell'avvio ora l'ascensore sembra immobile. Non ci sono vibrazioni, suoni o rumori, si avverte solo un lieve variare del senso del peso. E' una sensazione davvero infinitesimale, ma io ci sono abituato all'attenzione. Nell'uniformità dello spazio specchiato non ho notato subito le dotazioni a disposizione. Ci sono delle sporgenze adibite a comode sedie e anche dei ripiani. I miei compagni di viaggio sono seduti e mi osservano con il loro sguardo vuoto. Non sono del tutto certo che mi vedano veramente. Sembra piuttosto che mi attraversino. A guardarli con più attenzione non hanno un'aria serena e anche fra loro comunicano in modo rarefatto. Alcuni cenni e poi qualche parola, ma messa lì come a presumere una possibilità di discorso o una memoria di qualche dialogo già accaduto. Hanno un'aria tra lo stupito e il perplesso. Sono sincero, per essere due guardiani trovo siano assai poco autorevoli, non emanano sicurezza. Vorrei chiedere alcune cose circa questa salita all'ultimo piano, ma non voglio dare l'impressione di non sapere. Aspetterò il tempo giusto anche perché può essere siano loro a darmi istruzioni. C'è stato un cambio di luce invece e piuttosto che osservare direttamente i miei compagni di viaggio preferisco osservarli dai riflessi delle superfici. Senza rendermi conto guardando una parete, mi appare l'esterno. Non so se esserne contento perché ho provato immediatamente un senso di vertigine. Adesso mi sembra di stare in un guscio fragilissimo fatto di mercurio, una sorta di bolla parallelepipeda. Ho dovuto chiudere gli occhi e toccare con le mani le pareti per avere conferma della loro solida consistenza. Solo così ora che li riapro posso permettermi di guardare giù e fuori.

Firefusion (particolare)
Firefusion (particolare)

       Sono qui con gli occhi spalancati a cercare di capire quale sia la sostanza che ci avvolge. Non sono mai stato a queste altezze e in basso nel mio vagare orizzontale ho sempre creduto ci fosse solo un'uniforme sostanza densa e gassosa invariabilmente di colore grigio e invece ora vedo lo spettacolo della molteplicità cromatica e non solo. Tra strisce di indaco e di arancio appaiono veloci raggi luminosi azzurri e verdi alternati a improvvise esplosioni di magenta. Quello che non riesco a vedere è il luogo da cui sono salito e neppure la meta. Perciò dopo aver guardato per un po’ lo spettacolo prismatico in cui sono del tutto immerso posso tornare a cercare di comunicare con i miei due compagni di viaggio. Ora stanno parlando in modo più articolato. Sembra che stiano mettendo insieme i pezzi di una storia ma a volte si perdono come se venissero risucchiati nella storia stessa. Sull'ennesima sospensione di una frase prendo il coraggio e dico la mia. La loro reazione è stata sorprendente. Fra tutte quella che meno mi aspettavo. Uno ha fatto un piccolo sobbalzo, ha spalancato la bocca e ha cominciato ad agitarsi annaspando con una mano l'aria in cerca del braccio del suo compagno. L'altro lo guardava allibito (come me del resto) e gli chiedeva incalzante cosa avesse visto e cosa voleva dire. La scenetta è durata meno di un minuto a cui è seguito un breve silenzio, poi M. (ho scoperto che si chiama così perché l'altro non ha fatto che ripeterlo) ha iniziato una descrizione piuttosto astrusa di cosa gli fosse capitato. 

       E’ qui davanti a me e parla di me. Dice che ha visto un tipo fatto come me che gli ha fatto una domanda. Dice che voleva aiutarlo a finire la frase ( infatti è stato così...se ne stava lì a cercare una cosa talmente banale e scontata) S. ha cominciato a prenderlo in giro. "tu sei suonato...siamo appena partiti e già pensi di vedere i fantasmi" così gli diceva " aspetta almeno di capire cosa ci è successo... tu e le tue visoni e le precognizioni...rilassati, non vedi che siamo in mezzo, ne di qua né di là...?" e M. ribatte "senti ...ti dico che era qui, un tipo alto e allampanato, vestito di grigio, impeccabile, aveva anche una cartella...e poi è stato davvero gentile, sembrava intimidito. Perché non mi vuoi credere?"

       Sto ascoltando e sono rimasto senza fiato. Il cenno che avevo inteso come un saluto dunque era stato solo una reazione all’aprirsi delle porte. Ho avuto un lieve giramento di testa e per un attimo ho visto solo il turbinare dei colori riflessi nelle superfici specchiate dell'ascensore. Alla fine sono stato obbligato a sedermi. S. e M. intanto continuavano a incalzarsi a vicenda e a guardarsi intorno in modo fulmineo e circospetto come se tra i mille bagliori fossero pronti da un momento all'altro a vedermi. Piano piano si sono calmati e hanno ripreso il filo del loro racconto. Io invece al contrario mi sono ritrovato in un bagno di sudore. Devo rimettere in ordine le cose. Soprattutto non perdere di vista il mio scopo e il perché mi trovo qui su questo ascensore. D’altronde non posso fare a meno di ignorare ciò che è accaduto. Una cosa la posso supporre però: potrebbe essere che io mi trovo solo apparentemente nello stesso spazio di S e di M. Potrebbe benissimo essere che la consistenza di queste pareti e il rimando dei loro riflessi crei stati alternati di contiguità e di visioni dissociate. Però di una cosa sono quasi sicuro: non sono i miei guardiani e per ora posso espormi anche nel dire che sono io in vantaggio visto che riesco benissimo a vederli entrambi e anche a comprendere perfettamente ciò che si dicono. La cosa che mi sfugge è invece l'ascensore. Quanto tempo sarà passato? Possibile che non si fermi mai ai piani? Se è così, se cioè sta andando unicamente all'ultimo piano, vuol dire che anche M e S sono qui per incontrare Wal e perciò devono avere a che fare con me. Ora sento che mi stanno guardando e che mi vedono entrambi. L'ho capito dal loro silenzio, contemporaneo e improvviso.

Liquified mirror (particolare)
Liquified mirror (particolare)

       Approfitto velocemente di questa occasione e parlo. Del loro racconto, di tutti i frammenti senza nessi come tante visioni accatastate una sull'altra e comincio a riordinare e a incastrare le situazioni seguendo solo la logica, accorpando insiemi simili e togliendo contaminazioni, ricompongo il disegno come avrebbe senso, anche se poi di disegni ne possono venire migliaia e perciò anche di sensi. M e S mi seguono, cominciano a vedere affiorare la trama, aggiungono piccoli particolari e infine li vedo rigirarsi tra le mani questo cristallo, pieno sì di sfaccettature, ma chiuso e completato. Ora sembrano rassicurati della mia esistenza. Ho dato loro delle certezze su cui poter affidare il loro viaggio. Mi rendo conto che non ho fatto altro che lavorare, esattamente come faccio tutti i giorni. Il pensiero di Wal a tratti sfuma e anche la sensazione di salire realmente. Da quello che avverto potremmo benissimo fluttuare o essere completamente fermi. Potrebbe essere che è l'esterno ad avvolgerci con le sue tempeste iridate e noi, ma forse è meglio dire io, essermi trasformato in una biglia liquida, nella scia di un riflesso. Mi concentro, voglio riprendere consistenza e voglio essere sicuro che la mia domanda sia intatta. M e S si stanno guardando in giro...mi stanno cercando. Io li guardo fissi nei loro occhi alternati e niente, non mi vedono più. Di nuovo li sento vacillare ma mi rendo conto che dovrei essere io a preoccuparmi. Chi di noi ha consistenza, chi di noi è specchio o riflesso? Chi sta conducendo chi e perché? Io ho costruito il loro giocattolo, ho riempito i vuoti e aggiustato i pieni. Questa è la mia arte da sempre. Sono quello che mette insieme le cose.

Il tempo dietro di me
Il tempo dietro di me

       Mi trovo improvvisamente schiacciato sul pavimento. Le pareti sono tornate opache e grigie, lisce ma non più trasparenti. Mi sembrava non ci fosse mai stato suono e invece ora capisco che eravamo immersi in un rumore acutissimo ben oltre la gamma udibile a disposizione. Lo so perché improvvisamente questo silenzio ha otturato tutti i pori, chiuso ogni fessura, saturato ogni micron. Deve essere per quello che le pareti si sono opacizzate. Tutto è più pesante. Tutto tranne me dal momento che i miei compagni sono tornati muti e indifferenti, completamente rassegnati all'idea di aver fatto un sogno. Di avere sognato me. Il cristallo, quello, lo tengono in mano con grande cura. Devono essere molto ottusi per non farsi alcuna domanda, per aver rinunciato subito a capire.

Le porte si aprono con la stessa oleata precisione di quando si erano chiuse. Ultimo piano. Siamo arrivati. Sono arrivato. 

       Oltre la soglia tutto è uniformemente bianco. Mi chiedo se fidarmi ad appoggiare il mio piede su quella specie di pavimento assente. 

       M e S non si pongono nessun problema, anzi sono già oltre, corrono proprio e in un attimo spariscono risucchiati in quell'orizzonte senza linea, assorbiti senza lasciare traccia. Al loro posto e in direzione contraria mi appaiono per prime le iridi nere di Wal. Gli stessi occhi come fondali di un abisso bollente,  come deve essere dall'altra parte, se avessi preso l'altro ascensore (e perciò per un istante mi immagino Law, dalle iridi bianche e ghiacciate). Ora mi fissa e io sono immobilizzato dal suo calore. Apre piano la bocca e sento la sua voce come se rimbombasse dentro la mia carne. "Bravo. Ora puoi andare."

       Sulla "e" di andare vengo aspirato con forza dall'ascensore e non faccio a tempo a riaprire gli occhi, (li avevo chiusi mentre stavo per fargli la mia domanda) che mi ritrovo sputato nella grande e trafficata hall di accesso al palazzo.

       Sono a dir poco sconcertato, potrei quasi sentirmi offeso, certo questa volta non ho mancato al mio compito, ma ho perso comunque un'altra occasione. La mia domanda è rimasta a fluttuare tra gli arcobaleni senza fine, in quell'indefinito spazio tra qui e là, a far vibrare di un decibel in più le pareti trasparenti dell'ascensore.

Il sogno di Nemo
Il sogno di Nemo

       Ale gli stava leggendo con voce chiara, velata appena di malinconia, il diario del 4 gennaio 2005. Quel giorno si erano svegliati prestissimo perché la barca con tutta l'attrezzatura li aspettava. Era stata una giornata di grandi e memorabili immersioni.

       Era arrivata alla descrizione di quando stavano nuotando insieme a due tartarughe gigantesche dal guscio color smeraldo e turchese, quando sentì una voce sovrapporsi al suo parlare “....me le ricordo, le abbiamo seguite nel loro moto ondulatorio tra i  fondali sabbiosi e la barriera intatta. Ogni tanto le perdavamo di vista, ma per poco...amore e poi ti ricordi… ti ricordi che improvvisamente sotto di noi si era staccata dal fondale una manta gigantesca. Li sì che siamo rimasti paralizzati dall'incanto… me lo ricordo bene aveva le pinne alate di un azzurro opalescente e si muoveva come un’etoile…”

       Ale aveva sollevato piano lo sguardo dalle pagine del diario scritto fitto pensando di avere avuto un'allucinazione, poi aveva visto i suoi occhi, e i suoi occhi erano aperti. Gli occhi di Marco Sinai di nuovo spalancati, svegliati da un coma durato tre anni, Marco Sinai tornato sulla terra, la fissava e ricordava. Un perfetto, completo e compiuto cristallo di memoria. 

 

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Barbara Berlendis vive a Milano e qui lavora da sempre come art e direttore creativo in varie agenzie di comunicazione. Anche se il lavoro ufficiale la tiene occupata per la maggior parte del tempo, questo non le impedisce di dedicarsi a molteplici altri interessi. Appassionata di arti marziali, viaggi e soprattutto della scrittura, intesa come incessante “diario di bordo” del vivere. Scrivere è perciò un’attività quotidiana che spesso sfrutta minimi interstizi temporali, ma si manifesta come un’esigenza insopprimibile. La quotidianità, l’intimità del pensiero, le moltissime letture sono la materia continuamente distillata e ricomposta del suo raccontare.

 

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