Thorondor

[...] Ché Manwë, cui tutti i pennuti sono cari, e al quale recano notizie in Taniquetil
dalla Terra-di-mezzo, aveva inviato la razza delle Aquile comandando loro di dimorare sulle balze del Nord e di vigilare Morgoth; poiché Manwë tuttora provava pietà per gli esuli Elfi. E le Aquile recavano, alle orecchie rattristate di Manwë, notizie di molto di ciò che accadeva in quei giorni; ed ecco che, proprio mentre Fingon tendeva l'arco, dalle regioni superne dell'aria calò Thorondor, Re delle Aquile, il più possente di tutti gli uccelli che mai siano stati, le cui ali aperte misuravano trenta braccia; e, fermando la mano di Fingon, lo levò in alto, portandolo di fronte alla roccia da cui pendeva Maedhros. Fingon però non riuscì a liberarne il polso dal vincolo forgiato agli inferi che lo teneva prigioniero, né a spezzarlo o a svellerlo dal sasso. E ancora una volta allora Maedhros nel suo dolore lo implorò di ucciderlo; Fingon però gli tagliò la mano sopra il polso, e Thorondor li riportò entrambi al Mithrim.
    Quivi col tempo Maedhros guarì; il fuoco della vita era infatti cocente in lui e la sua forza era quella del mondo antico, quale quella onde erano dotati i cresciuti in Valinor. Il suo corpo si riprese dai tormenti e riacquistò salute, ma l'ombra delle sofferenze subite era nel suo cuore; ed egli, sopravvissuto, imparò a maneggiare la spada con la sinistra in maniera più mortifera di quanto non avesse fatto con la destra. Per quest'impresa, Fingon si guadagnò grande rinomanza, e tutti i Noldor lo encomiarono; e l'odio tra le case di Fingolfìn e Fëanor fu spento. Maedhros infatti chiese perdono per la diserzione di Araman; e accantonò le sue pretese a regnare su tutti i Noldor, dicendo a Fingolfin: «Perché nessun rancore resti più tra noi, signore, il regno spetti per diritto a te, erede più anziano della Casa di Finwë e non certo il minore per saggezza». Ma non tutti i fratelli in cuor loro furono d'accordo. [...]

    [...] Alla fine, però, il Re ne fu sfiancato e Morgoth calò lo scudo su di lui. Tre volte Fingolfin fu premuto ginocchioni, e tre volte si risollevò, rialzando lo scudo infranto e l'elmo ammaccato. Ma tutt'attorno a lui la terra era fessa e sfondata, ed egli incespicò e cadde supino ai piedi di Morgoth; e Morgoth gli posò sul collo il sinistro, e fu il peso di una collina che crolli. Ma, con un ultimo, disperato fendente, FingoIfin tagliò il piede con Ringil, e il sangue ne zampillò nero e fumigante e andò a riempire le fosse scavate da Grond.
    Così morì Fingolfìn, Supremo Re dei Noldor, fierissimo e valentissimo tra tutti i re degli Elfi dell'antichità. Gli Orchi non menarono vanto del duello dinanzi al cancello; né gli Elfi ne cantano, troppo cocente essendo il loro dolore. Pure, la narrazione ancora se ne conserva, perché Thorondor, Re delle Aquile, recò la notizia in Gondolin, e più in là ancora, in Hithlum. E Morgoth afferrò il corpo del Re degli Elfi e lo fece a pezzi e avrebbe voluto gettarlo alle volpi; ma Thorondor si precipitò dal suo nido tra i picchi del Crissaegrin, e si avventò su Morgoth e gli sfregiò il volto. Il fruscio delle ali di Thorondor fu come il frastuono dei venti di Manwë, e il Re delle Aquile afferrò la salma con i possenti artigli e, levandosi di colpo più alto dei dardi scoccati dagli Orchi, portò via il morto Re. Lo depose su una cima montana che dal nord affacciava sulla valle nascosta di Gondolin; e Turgon venne ed eresse un alto tumulo sul corpo del padre. Nessun Orco osò in seguito scalare il monte di Fingolfin o accostarsi alla sua tomba, finché l'ora di Gondolin non suonò e il tradimento non si diffuse tra la sua gente. Morgoth dopo di allora andò saltellando su un piede solo, né si poté lenire il dolore delle sue ferite; e sul volto recava la cicatrice di quella infertagli da Thorondor.

Tratto da "Il Silmarillion" - John Ronald Reul Tolkien - 1977



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