Farley Mowat - Mai gridare al lupo

Quella sera avevo i pensieri confusi. E' vero, la mia preghiera era stata esaudita e i lupi avevano certamente cooperato rifacendosi vivi; ma d'altro canto cominciavo a cadere in preda ad un piccolo ma fastidioso dubbio riguardo a chi fosse l'osservatore e chi l'osservato. Sentivo che io, grazie alla mia superiorità specifica in quanto appartenente alla specie dell'Homo Sapiens, unitamente alla mia intensa preparazione tecnica, avevo diritto al primo posto. Il sospetto che questo primo posto mi fosse stato negato e che, in realtà, fossi io l'osservato, ebbe un effetto sconvolgente sul mio ego.
    Al fine di stabilire la mia superiorità una volta per tutte, decisi di visitare l'esker dei lupi il mattino seguente e sottoporre a esame dettagliato la presunta tana. Decisi di andare con la canoa, dato che i fiumi ora erano liberi e che il ghiaccio galleggiante del lago veniva spinto al largo da una forte brezza spirante da nord.
    Il viaggio fino alla baia della Casa del Lupo, come ora l'avevo battezzata, fu bello e tranquillo. L'annuale migrazione primaverile dei caribù verso nord, dalle regioni delle foreste del Manitoba alla volta delle remote tundre vicine allago Dubawnt, era in corso, e dalla mia canoa vidi innumerevoli mandrie di caribù che intersecavano le paludi e le colline ondulate in ogni direzione. Nessun lupo era in vista mentre mi avvicinai all'esker, e supposi che fossero via a cacciare un caribù per pranzo.
    Spinsi la canoa a riva e, paurosamente carico di macchine fotografiche, armi da fuoco, cannocchiali e altri strumenti, mi arrampicai faticosamente su per la sabbia scivolosa dell'esker fino al luogo ombreggiato dove la lupa era scomparsa. Lungo il tragitto trovai delle prove indubbie che questo esker era, se non la dimora, per lo meno uno dei luoghi più frequentemente abitati dai lupi. Era abbondantemente cosparso di escrementi e ricoperto di orme di lupo che spesso formavano dei sentieri ben definiti.
    La tana era situata in una piccola forra dell'esker, ed era così ben nascosta che stavo per passarle accanto senza vederla quando una serie di piccoli guaiti attrasse la mia attenzione. Mi fermai, mi voltai a guardare e lì, a neppure cinque metri sotto di me, c'erano quattro minuscole bestioline grigie impegnate in una zuffa generale.
    Di primo acchito non le riconobbi per quello che erano. Le facce grosse, volpine, con le orecchie aguzze; i corpi grassi, rotondi come zucche; le gambe corte e ricurve e le piccole code, appena accennate, rivolte all'insù, erano così lontani dalla mia idea di lupo che il mio cervello si rifiutava di vedere il nesso logico.
    All'improvviso uno dei cuccioli mi fiutò. Si fermò proprio mentre stava tentando di mordere la coda di un fratello e volse verso di me due occhi color blu fumo. Ciò che vedeva evidentemente lo incuriosiva. Allontanatosi barcollando dal parapiglia, venne verso di me con un'andatura dondolante, vacillante. Ma una zanzara inaspettatamente lo punse prima che avesse fatto molta strada e egli dovette sedersi per grattarsi.
    In questo momento un lupo adulto lanciò un ululato spiegato, vibrante di allarme e di ammonimento, a non più di cinquanta metri da me.
    La scena idilliaca si dissolse in frenetica azione.
    I cuccioli divennero delle strisce grigie che svanirono nell'oscurità aperta dell'imboccatura della caverna. Mi girai per fronteggiare il lupo adulto, persi l'equilibrio, e cominciai scivolare giù per il leggero declivio verso la tana. Nel cercare di recuperare l'equilibrio conficcai profondamente la bocca del fucile nella sabbia, dove rimase ben infilato fino a quando la cinghia lo trascinò via mentre mi allontanavo rapidamente da esso scivolando. Annaspai disperatamente per prendere il revolver, ma ero cosÌ impacciato dalle macchine fotografiche e dalle cinghie delle apparecchiature che non riuscii a tirar fuori l'arma mentre, accompagnato da una valanga crescente di sabbia, sfrecciavo davanti all'imboccatura della tana, superavo il margine della cresta principale e scendevo per tutta la lunghezza del declivio dell'esker. Miracolosamente, mi mantenni in piedi; ma solo grazie a contorsioni sovrumane, durante le quali mi trovavo alternativamente piegato in avanti, come uno sciatore che stia facendo un salto, oppure all'indietro a un angolo talmente acuto che pensavo che la spina dorsale mi si stesse per spezzare.
    Deve esser stato davvero un bello spettacolo. Quando mi fui ricomposto e mi voltai indietro a guardare verso l'esker, scorsi tre lupi adulti disposti l'uno accanto all'altro come spettatori nel palco reale, tutti intenti a guardar giù verso di me con espressioni di incredulo divertimento.
    Persi le staffe. È una cosa che capita di rado a uno scienziato, ma io persi le staffe. La mia dignità era stata così gravemente intaccata negli ultimi giorni che il mio distacco scientifico non era più all'altezza dello sforzo. Con un ringhio di esasperazione sollevai il fucile, ma, fortunatamente, l'arma era talmente otturata dalla sabbia che quando premetti il grilletto non successe nulla.
    I lupi non parvero allarmati fino a quando non mi videro cominciare a dimenarmi su e giù in preda a una furia impotente, agitando il fucile inutile e scagliando imprecazioni alla volta delle loro orecchie drizzate; al che si scambiarono delle occhiate interrogative e sparirono silenziosamente dalla mia vista.
    Anch'io mi ritirai, poiché non ero in uno stato mentale adatto per continuare i miei difficili doveri scientifici. Per dire la verità, non ero in uno stato mentale adatto per fare alcunché tranne correre difilato alla capanna di Mike e lenire i miei nervi a pezzi e la mia vanità ferita nel fondo di un boccale di succo di lupo (Birra con aggiunta di alcool ad alta gradazione n.d.r.)
    Quella sera ebbi una lunga e salutare seduta a base di quella roba, e col diminuire del dolore delle mie ammaccature spirituali sotto il suo influsso risanatore, passai in rivista gli incidenti degli ultimi giorni. Ineluttabilmente, nella mia mente condizionata si faceva luce la consapevolezza che il concetto umano, vecchio di secoli e universalmente accettato del carattere del lupo, era una menzogna palese. In diverse occasioni, in meno di una settimana, ero stato completamente alla mercè di questi « selvaggi assassini»: ben lungi dal tentare di sbranarmi membro a membro, avevano dimostrato un ritegno al limite del disprezzo, anche quando avevo invaso la loro dimora ed era parso che rappresentassi una minaccia diretta per i giovani cuccioli.
    Tutto questo era ovvio, ma io ero ancora stranamente riluttante a sbarazzarmi del mito. Parte di questa riluttanza era dovuta senza dubbio al pensiero che, liquidando le idee correnti sulla natura del lupo, avrei commesso un tradimento scientifico; parte di essa era dovuta alla consapevolezza che il riconoscimento della verità avrebbe privato la mia missione della sua bella aureola di pericolo e grande avventura; e una parte non minore di quella riluttanza era probabilmente dovuta alla mia ripugnanza ad accettare il
fatto che ero stato fatto passare per un idiota insensato, non dal mio prossimo uomo, ma da delle semplici bestie.
    Comunque perseverai.
    Quando emersi dalla mia seduta a base di succo di lupo, la mattina seguente, ero alquanto più logorato nel senso fisico; ma ero ripulito e purificato spiritualmente. Avevo lottato contro i miei demoni e avevo vinto. Avevo preso la decisione che, da quel momento in poi, sarei entrato nel mondo dei lupi con la mente sgombra e avrei imparato a vedere e a conoscere i lupi, non per ciò che si supponeva che fossero ma per ciò che erano in realtà.

 

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    Da qualche parte a est un lupo ululò in tono leggermente interrogativo. Riconobbi la voce perché l'avevo udita molte volte in precedenza. Era George, che sondava la landa desolata in attesa di un'eco da parte dei membri mancanti della famiglia. Ma per me era una voce che parlava del mondo perduto, un tempo nostro, prima che scegliessimo un ruolo in contrasto con esso; un mondo di cui avevo avuto un barlume e in cui ero quasi entrato ... soltanto per restarne escluso, alla fine, dal mio stesso io.

 

Tratto da "Mai gridare al lupo" - Farley Mowat - 1963

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Commenti: 1
  • #1

    Maria Cecilia Camozzi (giovedì, 21 ottobre 2010 21:47)

    Illustrazioni magiche di una sensibilità poetica verso la natura e le sue creature. Complimenti!